LA VENDETTA
I
- Va bene ciao. –
Manuel riaggancia la cornetta del telefono e resta immobile. Cerca per un attimo di ripescare i pensieri che la telefonata aveva interrotto, ma ci rinuncia subito: è stranamente agitato e non gli li riesce di concentrarsi in nulla. Si reca così nel soggiorno e fa ruotare la sua poltrona preferita di novanta gradi circa, poi la spinge un po’ sistemandola di fronte al finestrone della sala. Prima di sedersi si versa un po’ di cognac, carica la pipa e si assicura di avere in tasca l’accendino. Infine dopo aver appoggiato pipa e bicchiere sopra un piccolo tavolo oppurtanamente disposto, sprofonda nella poltrona con un silenzioso tonfo.
I pensieri interrotti però, sono ormai fuggiti, ma Manuel non sembra preoccuparsene. La mano destra fa roteare il bicchiere di cognac, mentre il pollice lo carezza dolcemente. Intanto fissa il cielo che fugge al di là della finestra, dei tetti e del suo stesso pensare.
- Manuel –
La voce non viene dalla stanza, ma dai ricordi, per questo non sobbalza, socchiude anzi gli occhi e il pollice cessa il suo lento carezzare. Lentamente appaiono le immagini di tante case. La mente di Manuel le dispone lentamente su file parallele fino a ricostruire una vecchia strada, quella che aveva abitato per tutta l’infanzia e l’adolescenza , fino al suo ingresso all’università.
- Manuel. - ah, già, la voce…
E’ quella di Daniele e ora Manuel ne compone anche la figura: graziosa e attraente. Dio mio quando lo aveva amato …
Daniele aveva tredici anni quando Manuel ne aveva invece quindici, capelli neri e riccioluti, gli occhi verdi e profondi, il suo sguardo era sempre teneramente triste.
Ora lo vede corrergli incontro e salutarlo:
- Ciao Manuel, dove vai? –
- In biblioteca e tu? –
- Io aspetto Bruno, i compiti li ho già fatti e… adesso sono libero. –
Una spudorata bugia! E non era neppure stato capace di dirla senza abbassare lo sguardo.
-E sapessi – pensava Manuel – quanto sei buffo quando menti, le gote ti arrossiscono in un modo così speciale. –
Mentre pensava questo Manuel posò delicatamente la mano sulla ricciuta testa di Daniele carezzandogli dolcemente i capelli bruni; questi alzò lo sguardo e gli sorrise. Il cuore di Manuel impazziva e dovette farsi forza per resistere al desiderio di abbracciarlo, di stringerlo a se, quel sorriso, che condiva assieme tristezza e tenerezza, gli faceva mancare il fiato.
- Guarda! L’ho comprato proprio adesso dallo spretato – disse Daniele cavando di tasca una scatolina rosa aprendola subito pieno di eccitazione e porgendola poi all’amico: dentro c’erano un paio di orecchini d’argento a forma di farfalla.
- Bellini – rise Manuel – ti staranno bene sotto quei ricci. –
- Spiritoso – ribatté subito Daniele fingendosi offeso – sono per Mary, domani è il suo compleanno, pensi che le piaceranno? – Manuel pensò un attimo ai gusti di Mary e dovette fare un sforzo per non lasciarsi sfuggire una smorfia di disgusto: i gusti di quella ragazzina secondo lui non erano né buoni né cattivi, semplicemente non ne aveva, perciò prevedeva per Daniele l’ennesima umiliazione.
- Si sono molto belli, delicati ed eleganti, bravo, hai saputo scegliere. Quando glieli darai? In classe o le chiederai un appuntamento? –
- Accidenti – disse Daniele – quante volte ci ho provato a chiederglielo! Mi risponde sempre con quel tono… come se lei fosse chissà chi… e io fossi solo un moccioso… un bambino… eppure lo sa bene che sono più grande di lei… di tre mesi… se avessi un paio d’anni in più… le farei vedere io…
- Cosa faresti sentiamo. –
- Beh, tante cose, come Bruno ad esempio …”
- Già, Bruno, mi hai detto che lo stai aspettando. Dove andate di bello?
- Ma… veramente sarebbe un segreto… ho promesso di non dirlo… -
Daniele era in imbarazzo: non voleva avere segreti con Manuel, ma neppure voleva venir meno alla parola data. Manuel dal canto suo si fece cupo: Bruno non gli piaceva affatto, era un codardo con patetici atteggiamenti da adulto, e, secondo Manuel (o meglio ancora secondo la sua gelosia), esercitava una pessima influenza su Daniele: insomma la classica “cattiva compagnia”. E poi era successo qualcosa che Manuel non riusciva a mandar giù: aveva sentito Bruno deridere Daniele di fronte ai suoi amici, si vantava che poteva fargli fare qualunque cosa a quello stupido mentecatto figlio di papà. Daniele certamente era timido, timoroso, fragile, troppo fragile per la volgarità di Bruno, ma in sua compagnia si sentiva più grande e non poteva capire che le imprese in cui l’amico lo trascinava non avevano niente a che vedere con il suo ingenuo ma incantevole desiderio di avventura.
Manuel dal canto suo era mosso più che altro dalla propria gelosia e fu proprio a causa di questa che si prese a pugni con Bruno quando lo sorprese a farsi beffe di Daniele. Bruno ne uscì con un grosso occhi nero, mortificato di fronte ai suoi amici e con il cuore gonfio di rancore. Daniele non venne mai a conoscenza di questo episodio: Manuel non glielo raccontò mai e naturalmente Bruno si guardò bene dal farlo, anzi, dal vigliacco che era, pensava di vendicarsi inferendo in qualche modo proprio su Daniele, certo di avere così a disposizione una vittima pressoché indifesa: il mezzo ideale per colpire il suo vero nemico: Manuel.
- Ciao Daniele, ciao Manuel. –
Ed eccolo Bruno: appena obeso, occhi piccoli e una perenne smorfia che faceva del suo volto una vera e propria faccia da schiaffi. Adesso se ne stava li, con gli occhi puntati a terra, non aveva mai avuto il coraggio di guardare Manuel diretto negli occhi, neppure prima dell’episodio dell’occhio nero.
- Beh, allora ciao Manuel, noi dobbiamo andare… ci vediamo, si? – disse Daniele che in qualche modo aveva percepito la tensione creatasi con l’arrivo di Bruno. Manuel annuì con un sorriso e lasciò Daniele con Bruno, ma non senza aver prima lanciato a quest’ultimo un’altra occhiata minacciosa, del tipo: “ci siamo capiti vero?”
Si avviò dunque verso la biblioteca comunale, ma sentiva che non sarebbe riuscito a concentrarsi quel giorno, era inquieto, molto inquieto.
II
Il cielo si è ora fatto cupo, multiformi nuvoloni grigio-scuri scorrono davanti agli occhi assenti di Manuel, trascinati dal vento all’appuntamento con la tempesta.
Oggi Manuel ha quarantasei anni, ma gli oltre trenta trascorsi non sono riusciti a blandire l’amarezza e la rabbia di quel ricordare.
Sospira e poi si alza, si versa dell’altro cognac e si dirige allo studio. Si siede alla sua scrivania ed estrae di tasca una piccola chiave. Prima di usarla sembra avere un attimo di esitazione, ma è solo un attimo: infila la chiave nella serratura del cassetto centrale della scrivania, lo apre e dopo aver scostato un vecchio revolver tira fuori una cartella rigonfia di vecchie carte. Vi sono lettere, fotografie e ritagli di vecchi giornali. Si tiene una foto e uno dei vecchi ritagli, poi ripone la cartella nel cassetto e prima di richiuderlo estrae il revolver e lo mette in tasca.
Prima osserva la foto: era stata scattata durante una gita scolastica trent’anni prima… c’era anche Daniele naturalmente… col pollice accarezza il volto di quel fanciullo con tutta la dolcezza dell’amore.
Poi, senza lasciare la foto, prende il vecchio articolo:
“TREDICENNE ANNEGA IN CORCOSTANZE MESTERIOSE”
Non rilegge l’articolo (lo conosce a memoria), vuole solo ascoltarsi, rabbrividire, alimentare la rabbia che già il suo ricordare aveva riacceso. L’inchiesta sulla tragica morte di Daniele aveva accettato la tesi dell’incidente, ma Manuel non era mai stato capace di fare altrettanto, non poteva ammettere che non ci fosse nessuno a cui chiedere ragione del dolore immenso che gli era piombato addosso.
Infatti pochi giorni prima del fattaccio, Sandro, un compagno di scuola di Bruno, raccontò a Manuel di averlo sentito mentre si vantava di uno scherzo ai danni di Daniele, perpetrato proprio il giorno in cui avevano quell’appuntamento tanto misterioso.
Ecco cosa accadde.
Bruno aveva condotto Daniele a spiare le coppiette che si appartano per amoreggiare ecc. Erano così andati fino al lago e lì, per quanto ben nascosti, trovarono Michele e Mary. Daniele li vide le mani di Michele che frugavano dentro la maglietta di Mary mentre lei continuava a chiedergli di baciarla ancora.
- Daniele si è messo a corre e a piangere – raccontava Bruno ai suoi amici – dovevate vedere la sua faccia… io invece sono rimasto lì e non vi dico che numeri hanno fatto quei due… -
Appena Manuel seppe tutto ciò cercò disperatamente di parlare con Daniele. Ma il ragazzo si era chiuso in casa e non voleva vedere nessuno. Questa volta non picchiò Bruno. Il pensiero della vendetta non prometteva nessun sollievo da quella profonda angoscia.
III
Fuori il vento ha ormai cacciato con le nuvole ogni minaccia di pioggia. Il sole però, ormai stanco di allungare le ombre, si sta ormai ritirando dalla scena. Nella stanza ogni oggetto cede forme e colori alle luci rosse di quel tramonto triste e ignorato.
Manuel ha ora fugato dalla sua mente quei dolorosi ricordi, restano però pensieri aggrovigliati, rimorsi, rancori, tanta confusione, troppa.
No, Bruno non era responsabile, perlomeno non più di quanto non lo fosse Manuel stesso. Forse fu proprio il suo amore, la sua passione ad uccidere Daniele.
Se solo non avesse mai picchiato Bruno…
Se solo non fosse stato tanto geloso…
Se solo non fosse stato così innamorato…
Com’è stato brutto per Manuel scoprire, a soli quindici anni, che l’amore può in un attimo trasformarsi in morte.
Si anche l’amore può essere un sentimento assassino.
Daniele fu la prima ed ultima passione omosessuale di Manuel.
Poi vennero le donne, in tante vennero a bussare alla porta del suo destino, ad alcune aprì, ad altre no. E comunque non si innamorò più. Certo qualche volta la passione aveva provato a tormentargli il petto, ma non era stato un gran problema cacciarla via a pedate.
I rimorsi tormentarono Manuel, gli studi ne risentirono e giunse persino ad ammalarsi. Un paio d’anni dopo, una sera, Sandro tornò a parlargli di Bruno: gli disse che si era incattivito ancora di più che pertanto aveva perso quasi tutti gli amici, si dedicava a piccoli furti e loschi traffici. Si era ormai forgiato un destino che gli disegnava anni di prigione e fughe disperate in siringhe infette da incubi spaventosi.
Manuel provò una gran pena per quel disgraziato e riteneva di capirlo più di chiunque altro. Per un momento, quando si avvide che in se era scomparso ogni rancore, credette di averlo perdonato, in verità aveva deciso molto di più: lo aveva assolto. Bruno era innocente.
E altrettanto improvvisa fu la consapevolezza che assolvendo Bruno poteva assolvere anche se stesso.
Ma allora chi aveva ucciso Daniele? Anche la risposta a questa domanda giunse d’un lampo: Bruno, si proprio il “perfido Bruno”, permise a Manuel di capire, di vedere gli innumerevoli volti assassini che circondano l’esistenza di un adolescente. L’assassino era il destino. Ma questo destino è costretto, deviato e plagiato da un mondo il cui meccanismo stritola ogni Daniele, ogni Bruno e ogni Manuel. Allora anche Bruno diventa altro, non più perfido, ma disperato nella sua lotta contro il mondo. La sua rabbia e il suo disprezzo, persino la sua cattiveria, sono allora solo la sua (si certo, inconsapevole) vendetta per la morte di Daniele.
- Anch’io, - aveva pensato allora Manuel – devo dare il mio contributo a quella vendetta; anch’io devo fare della mia vita una sfida e aiutare il mio destino a liberarsi dai lacci che lo impigliano. –
Non scelse però il metodo di Bruno. Non ne sarebbe stato capace. Si era proposto un compito arduo e doveva risolverlo sul terreno più adatto al suo carattere, al proprio talento. Non voleva inoltre cadere nello stesso errore di Bruno, e cioè avvisare il mondo, il nemico, delle proprie intenzioni. Doveva fingere fino al momento in cui sarebbe stato pronto.
Si mise quindi a studiare con un impegno del tutto nuovo e dopo la licenza liceale frequentò con successo la facoltà di biologia vincendo diverse borse di studio, due delle quali gli permisero di conseguire ulteriori specializzazioni negli Stati Uniti. Poi naturalmente la sua carriera di ricercatore fu rapidissima: oggi, a soli quarantasei anni, è titolare di una cattedra in una delle più importanti università scientifiche della nazione e celebre e stimato ricercatore presso il Centro Nazionale delle Ricerche.
E oggi eccolo finalmente all’ultimo atto: il suo lavoro lo ha portato ad una formidabile scoperta nella meccanica genetica e domani scienziati e ricercatori di tutto il mondo saranno presenti alla conferenza di presentazione del suo importante e prezioso lavoro.
IV
Lo studio è ormai completamente al buio, Manuel finalmente piange le lacrime che inutilmente il suo dolore aveva cercato già trent’anni prima.
Fa un piccolo gesto e la piccola lampada da studio restituisce forme e ombre agli oggetti, alla foto di Daniele, al ritaglio ingiallito e a Manuel stesso, il cui volto si indurisce:
- E’ ora! – Esclama.
Si alza, torna nel soggiorno dove solleva il vaso di un ficus, liberando così un grosso portavasi di ottone che porta con se nello studio e qui lo posa sul pavimento proprio al centro della stanza. Poi va in cucina e inizia a frugare nell’armadietto dei detersivi finché non trova il flacone dell’alcool.
- Bene, è quasi pieno… basterà. –
Torna nello studio e svuota tutto il flacone dentro il portavasi. Adesso solleva un quadro dietro cui è celata una piccola cassaforte; fruga nelle tasche cercandone la chiave che però non trova.
- Ma certo, è sulla scrivania. –
Presa la chiave, Manuel apre in fretta la cassaforte; le mani ora tremano mentre estrae un voluminoso plico: il lavoro di una intera vita, la sua grande scoperta… la sua vendetta!
Estrae un foglio a caso dal plico e getta il resto nel portavasi assicurandosi che tutti i fogli si imbevano dell’alcool. Un improvvisa calma è ora stranamente scesa in lui, i suoi gesti si sono fatti più fermi, la mano destra stringe l’accendino e l’accende, la sinistra avvicina il foglio estratto dalla relazione alla fiamma. Manuel resta un attimo in attesa, forse per dar tempo alle fiamme di trovare più consistenza o forse per sentire meglio quel presente già tante volte sognato.
Finalmente la mano libera il foglio incandescente che cade nel portavasi incendiandone il contenuto.
Manuel torna a sedersi e spegne la luce. Le fiamme ora sembrano aver terrorizzato tutti gli oggetti della stanza, ombre impazzite tremano, si agitano, sembrano quasi voler urlare, dare l’allarme.
- Loro già sanno…- pensa Manuel.
Quando l’ultima fiamma si spegne, nello studio torna il buio… ma non il silenzio, interrotto dal cigolio del cane del revolver che Manuel ha ora in mano.
Infine uno sparo chiude questa sporca storia.

E’ stato bello vederti apparire. Ti sei formata con lentezza ed eleganza saturando il tuo corpo e le vesti leggere senza alcun ordine o simmetria. Avevi gli occhi socchiusi, come sai che è meglio tenere quando ci si trasporta dal proprio sogno ad un altro.
Ti sei guardata attorno osservando ogni particolare del giardino che stavo sognando, mi hai guardato e senza proferir parola hai chiesto la ragione di un invito così particolare. Un invito a cui non ti credevi neppure capace di poter attendere. Ma è meglio che non ti spieghi ancora nulla. Farei solo una gran confusione e potrei forse spaventarti. Invece, ti prego, consuma ancora un poco di fiducia e abbandonati al viaggio che stiamo per fare. Sai che mai e poi mai potrei agire contro il tuo bene che altro non è che il mio.
Il tuo sguardo si è fatto severo e mentre si volge altrove da me la tua bocca si curva in una smorfia di dubbio e tentennamento; mi avvicino e con leggerezza poso una mano sulla tua spalla e quando ti volti incontri il mio sorriso sicuro e nei miei occhi riconosci la lealtà. Si ora si vede che hai fugato ogni paura, fai un gran respiro e… : “Ok… allora andiamo, fammi strada!” Stringo la tua mano che subito si accuccia nella mia e senza smettere di guardarti e sorriderti lentamente mi sollevo dal suolo e finalmente anche tu sorridi e si… ora voliamo assieme… felici… non come una volta… non come volano gli innamorati… ma felici.
Non abbiamo fatto che ridere per tutto il percorso facendoci dispetti e sfidandoci in capriole impossibili.
A un certo punto ti ho chiesto di avvicinarti: “Ora stammi vicina vicina e non allontanarti da me per nessuno motivo! No! Non temere nessun pericolo… ma devi assolutamente fare quello che ti dirò io” Con il capo hai fatto un cenno di assenso e mi sei volata accanto poi il ti sei messa a guardare preoccupata il vulcano che ti stavo indicando.
La bocca di quella splendida montagna si rivelava di una larghezza non sospettata e nell’avvicinarci notasti quattro torri altissime troneggiare ad ogni punto cardinale.
“Quella montagna, quel vulcano, è una prigione un luogo estremamente triste invero. Quelle torri sono le dimore dei guardiani della prigione: Un gigante sta nella torre a nord e uno in quella a sud, feroci draghi invece vivono nelle torri a est e ovest.”
Ma nessuno dei guardiani uscì per impedirci di entrare, allora tu mi guardasti stupita: “ ma come mai ci fanno passare? E ci faranno poi uscire? Chi è che vive prigioniero in questo luogo e perché?” “Ci hanno fatto passare perché io sono il padrone di questo luogo e per lo stesso motivo ci faranno uscire. Ti dirò inoltre che la prigione racchiude un solo ospite ed è proprio lui che stiamo andando a cercare.”
Poi non hai chiesto più nulla, sembravi aver capito… non so; so solo che mi hai stretto la mano forte forte guardandoti attorno stupita e tremante.
Infatti all’interno del vulcano né lava né vapori né fumi. C’era una lago azzurro invece con al centro un isola dalla vegetazione foltissima come quella di una giungla pluviale. Ci stavamo avvicinando in un luogo certamente carico di magia, che trasmetteva la presenza di un grande ma tranquillo potere. Non eravamo turbati eppure un’inquietudine che non sapevamo definire cresceva ad ogni istante. L’isola era bellissima e piena di colori: fiori uccelli e insetti erano dovunque.
Trovammo poi, proprio al centro di essa, uno spiazzo rotondo, completamente verde, al centro del quale si poteva intravedere una creatura.
Si trattava di un bimbo che, completamente nudo, cercava di prendere un piccolo coniglio nero che gli saltellava accanto. Era apparentemente felice e felice suonava il suo ridere giocoso.
Perché mi stringesti la mano quasi a farmi male? Cosa intuisti in quel momento? Mi riconoscesti subito dunque?
Ci avvicinammo ancora e il bimbo si voltò improvvisamente verso di noi. Appena ci scorse il suo volto si rabbuiò all’istante, si fece completamente rosso e mentre gli occhi lasciavano cadere le prime lacrime egli protese le sue braccine verso di noi e tu subito ti staccasti da me lanciandoti verso il fanciullo.
Riuscii a malapena a fermarti e ricondurti poi ad una maggiore distanza:
“No, ti prego no; ricordati quello che mi hai promesso. Non possiamo portarlo via da qui, i guardiani non ci farebbero mai passare. Siamo venuti qui solo per ascoltarlo. Per ascoltare quello che io, amore mio, ascolto ogni notte, l’urlo che ogni notte spezza i miei sogni, la voce che rende il mio respiro incapace di un ritmo che possa portare un po’ di pace… ecco avviciniamoci solo un po’… ascolta…”
Ci avvicinammo un’altra volta al bimbo e lui, con le braccia ancora protese a noi spalancò la bocca, il grido che ne uscì ci artigliò il cuore:
“PERCHE’ NON E’ OGGI IL DOMANI DI TANTE COSE”